"Lo Stato per difendermi mi ha dato soldi e pistole"
di Marco Imarisio
Corriere della Sera del 12 ottobre 1998
MILANO - Abbiamo un debito con lui. Dalle 8.20 di quel 21 settembre 1990, quando Pietro Nava, bergamasco, responsabile delle vendite nel Sud per una ditta di Asti, buca una gomma della sua auto sulla discesa di Enna. "Ho visto una macchina col vetro distrutto, "qualcosa di azzurro" che scappava, una persona che saltava il guard - rail con una pistola in pugno, un altro col casco vicino a una moto". "Qualcosa di azzurro" che scappava: era Rosario Livatino, il "giudice ragazzino" che venne ammazzato dalla mafia in quella scarpata sotto la strada. Pietro Nava non si e' girato dall’altra parte, e' andato dalla polizia, ha identificato i killer, li ha inchiodati al processo. In cambio ha avuto una vita fatta di addii: "Non dico arrivederci, perché non e' possibile, ultimamente devo dire soltanto addio alle persone. E' un continuo dire addio".
FRANCA SELVATICI
la Repubblica del 23 settembre 1990
FIRENZE - Non poteva essere più amaro l' addio alla magistratura di Antonino Caponnetto, l'ex consigliere istruttore di Palermo, il magistrato che con Giovanni Falcone ha istruito il primo maxiprocesso contro Cosa Nostra. Le immagini del giovane collega di Agrigento assassinato dalla mafia e quelle dell'allucinante carosello di uomini politici svegliatisi dal letargo (tutti lì ad insistere sulla necessità di maggiori stanziamenti per la giustizia quando sappiamo bene che dei 2646 miliardi necessari ne sono stati dati 762) hanno dominato il suo commosso discorso d' ddio ai colleghi. Dov'erano queste persone quando in Sicilia si sparava e si uccideva? si è chiesto: "Quello che sta accadendo in questi giorni è incredibile. Abbiamo scoperto improvvisamente che la mafia esiste e che dobbiamo combatterla. Abbiamo sentito un ministro spiegare che siamo destinati a convivere ancora per molti anni con la mafia". Il riferimento, inequivocabile, è al ministro della giustizia Giuliano Vassalli.

Dal "Giornale di Sicilia" del 4 maggio 2009
di Giuseppe D'Avanzo
la Repubblica del 23 settembre 1990
CANICATTI - Un eroe? Un eroe nazionale? No, Rosario è soltanto un uomo che fa il suo dovere. E se oggi in Sicilia e in Italia fare il proprio dovere per lo Stato significa essere un eroe, allora sì che lo scrivano, che lo dica Cossiga: il mio ragazzo, Rosario Angelo Livatino, è un eroe. Vincenzo Livatino, con gli occhi asciutti, parla del figlio al presente, come se fosse ancora vivo. Come se Rosario dovesse apparire, da un momento all’altro, nella penombra di quel salotto buono in viale Regina Margherita. Tra quei lucidi mobili liberty, le piccole sedie viennesi un po' scalcagnate, i parati a fiori dove Rosario è nato, cresciuto, ha studiato, è vissuto sempre. Da dove, venerdì di buon’ora alle 8,30, come sempre da quindici anni a questa parte, Rosario ha baciato la madre Rosalia, in cucina, il padre in piedi accanto alla porta d’ingresso ed è uscito per andare incontro ad una morte di mafia che, non un destino, ma la sua scelta di vita gli ha consegnato. L’eroe nazionale è ridotto come un fagotto sul tavolo di marmo dell’obitorio. La morgue è dietro l’ospedale di Agrigento, in uno scantinato, due stanzucce spoglie. Nella prima c’è un telefono che non la smette di squillare. Nella seconda c’è quel che resta di Rosario Angelo Livatino, giudice della Repubblica. Pietose mani hanno fatto quel che hanno potuto per cancellare da quel volto di ragazzo le offese degli assassini. Non ci sono riuscite.
di Attilio Bolzoni
la Repubblica del 22 settembre 1990
AGRIGENTO - La disfatta dello Stato italiano l’abbiamo vista ieri mattina in fondo ad una valle senza alberi. Campi di sterpaglie, pietre grigie, polvere. E giù, molto più giù, dove una volta scorreva un fiume, solo un puntino bianco. Un lenzuolo. Con le formiche che ci camminano sopra, con le mosche che ronzano intorno, con il vento che lo solleva ad ogni soffio scoprendo il viso pallido di uomo appena morto. Era un giudice, uno di quei giudici siciliani che aveva onore e non conosceva paura. E adesso eccolo qui, disteso tra gli arbusti, gli occhi sbarrati, i capelli neri sporchi di terra, la faccia insanguinata. Ha scelto lui di morire quaggiù, rotolando nella scarpata, cercando la fuga con la disperazione dell’uomo braccato e ferito. Quei macellai che l’hanno ammazzato gli sono corsi dietro, hanno giocato al tiro al bersaglio. Il giudice è morto al rallentatore, inseguito per almeno tre o quattro minuti, finito sul letto del torrente in secca con una scarica di pallettoni. Gli hanno sparato in bocca. La mafia siciliana anche questa volta non ha colpito a caso. Rosario Livatino non solo era un magistrato che conosceva i segreti dei clan, era soprattutto un magistrato che da dieci anni faceva il suo dovere. La morte di un giudice incorruttibile è stata segnata al km 10 della statale Caltanissetta-Agrigento, una veloce che somiglia ad un otto volante, incroci ad alto rischio, un mazzo di fiori sempre freschi dietro ogni curva. Sono le nove di un mattino di settembre in Sicilia, il sole picchia sui tendoni di plastica che coprono le vigne delle campagne intorno alla Valle dei Templi. Non voleva la scorta Il giudice parte da Canicattì come ogni giorno per andare in tribunale ad Agrigento. Nel paese abita con l’anziana madre. Fa su e giù così da sempre. Stesso orario, stessa strada, stessa sosta al rifornimento per un caffè. Un abitudinario che non voleva nemmeno due poliziotti come angeli custodi. Mamma si preoccupa appena vede una divisa, meglio viaggiare soli, ripeteva da anni ai suoi colleghi che stavano in ansia per lui. E anche ieri mattina eccolo sulla sua Ford Fiesta colore amaranto, sulla strada per il capoluogo, sulla strada della morte. Ad Agrigento doveva giudicare i mafiosi di Palma di Montechiaro, un esercito di boss che a mezzogiorno avrebbero dovuto probabilmente preparare le valigie e partire per il confino. Un processo come tanti, né più e né meno pericoloso degli altri che Rosario Livatino aveva istruito quando lavorava come sostituto procuratore.
La Repubblica del 22 settembre 1990
AGRIGENTO - Il giudice Rosario Livatino, trentotto anni, era entrato giovanissimo in magistratura, quando non aveva compiuto ancora i ventisette anni. Un vero ragazzo prodigio. Figlio unico di una possidente famiglia di Canicattì, Rosario Livatino si era laureato in giurisprudenza con 110 e lode ed aveva subito superato il concorso per entrare in magistratura. I primi anni della sua carriera li trascorse alla Procura della Repubblica di Caltanissetta poi ottenne il trasferimento alla Procura della Repubblica di Agrigento. Nel suo lavoro ci credeva, i suoi colleghi lo stimavano per la sua alta professionalità, rigorosità e conoscenza del problema mafioso nell' Agrigentino. Non era fidanzato, si era buttato anima e corpo nella sua missione di magistrato. "Stasera mio figlio non tornerà più a casa, Rosario se ne è andato per sempre" dice l' anziano padre, Vincenzo, 75 anni. "Mio figlio non doveva essere ucciso non se lo meritava, era un magistrato onesto che applicava la legge e basta. Povero figlio mio è morto nel pieno della giovinezza. Non era sposato, non ci aveva ancora pensato, per lui dice tra le lacrime il padre non esisteva altro che il lavoro, il suo ufficio dal quale non si assentava mai". - f v
di Franco Coppola
La Repubblica del 22 settembre 1990
ROMA - L' assassinio del collega Rosario Livatino è la prova dolorosa dell' assoluta inefficienza dello Stato contro il fenomeno mafioso. Il presidente dell' Associazione nazionale magistrati, Raffaele Bertoni è turbato e furibondo nello stesso tempo. Sta commentando con il cronista le prime misure straordinarie per la giustizia approvate l'altra sera dal governo su proposta del ministro della Giustizia e le ha appena definite provvedimenti rachitici e senza respiro, insoddisfacenti e insufficienti, quando arriva la notizia da Palermo. L'anziano magistrato, conosciuto soprattutto per la passione che ha sempre messo sia nella professione sia nell' attività sindacale della categoria, è commosso: La morte di Livatino colpisce al cuore ciascuno di noi. Nel suo nome, rinnoviamo la nostra fedeltà alle istituzioni democratiche e il nostro impegno di lavoro a difesa della collettività. Poi, batte i pugni sul tavolo: Ancora una volta un giudice paga con la sua vita le inerzie, le esitazioni, i timori del potere politico di fronte all' assalto della criminalità mafiosa. Bertoni, come sempre, non ha peli sulla lingua: Ci saranno adesso le solite lacrime di coccodrillo, ma la magistratura non sa che farsene. Essa si stringe tutta intorno ai familiari del collega ucciso, ma nello stesso tempo torna a denunciare con rinnovata fermezza l'irresponsabile inerzia del potere politico riguardo ai problemi della giustizia e alla lotta contro la criminalità.

Tratto da "Raccolto rosso", di Enrico Deaglio, Feltrinelli Editore, pag. 144.
"Rosario Livatino. Il martirio"
Un film di Salvatore Presti
Primo magistrato giudicante assassinato dalla mafia
Autore: Carmelo Sciascia Cannizzaro
Edizioni Paoline
La scheda
Era la sera del 25 settembre 1988. Sulla strada statale 640 che conduce da Agrigento a Palermo, un agguato di mafia crivellò con 46 proiettili Antonino Saetta, Presidente della prima sezione della Corte di Appello e suo figlio, mentre in auto tornavano a Palermo.
Una triste storia di mafia. Il giudice, sentendosi in pericolo durante quel processo, aveva chiesto di essere trasferito ad altra Corte d’Appello, ma la sua richiesta non venne accettata per la necessità della sua presidenza proprio in quel luogo e in quel processo per il suo equilibrio e il suo amore per la giustizia. Aveva obbedito, pur vivendo nel timore della morte violenta, e aveva condotto a termine quella fase del gravissimo e difficile processo con coscienza e col suo scrupolo abituale.
Non lasciava trapelare le sue preoccupazioni ma quel giorno stesso dell’agguato, in famiglia lo notarono più pensieroso del solito. Forse era stato avvertito da oscure minacce.
"Chi ha dimenticato il giudice martire?" (Avvenire)
Di Leonardo Sciascia
(1968)
È ormai un luogo comune che la Sicilia è terra di contrasti, di contraddizioni, di incongruenze, di paradossi. Ma in queste immagini il termine della contraddizione, del paradosso, non è il mulo ma l'automobile, se considerati come simboli – rispettivamente - di una situazione effettuale e di una aspirazione finora vaga e vana. Un'economia agraria tra le più arretrate d' Europa, forse la più arretrata; e il sogno dell'industrializzazione: questa è oggi la Sicilia. Di questi paesi dell'interno un tempo si diceva che vivevano di agricoltura. Oggi si può dire che di agricoltura muoiono, e sopravvivono soltanto per le rimesse degli emigranti e le pensioni di vecchiaia e inabilità che lo Stato ed altri enti avaramente elargiscono.
L'isola ha tanti problemi. Ma quasi tutti si collegano al problema dell'acqua. L'acqua contesa fino alla violenza e al delitto. L'acqua che si perde nei meandri della burocrazia e della mafia. La gente di ciò ha coscienza: sa, come proverbialmente si dice, dove e come l'acqua si perde. La disponibilità attuale dell'acqua in Sicilia è di 165 litri al giorno contro una media nazionale di 250- media comprendente i depressi livelli del sud. La disponibilità normale al nord è di oltre 400 litri al giorno.
Nella classifica delle regioni per numero di abitanti con insufficiente disponibilità idrica, la Sicilia è al primo posto seguita dalla Puglia. Un tempo la Sicilia era celebrata anche nelle sue acque: i poeti greci, i poeti arabi, il poeta Antonio Veneziano che, nel 500, esaltò l'idrografia siciliana nella marmorea rappresentazione di quella fontana pretoria oggi asciutta nella piazza dove sorge il municipio di Palermo.
La Sicilia ricca d' acque è ormai come un miraggio. Un miraggio la Fonte Aretusa nel cuore dell'antica Siracusa, così pure miraggi i fiumi mitici della stessa città, il Ciane e l'Anapo, cantati da Salvatore Quasimodo. In questi fiumi crescono i famosi papiri del tempo classico, piante che hanno bisogno di una grande quantità d'acqua. E ancora miraggio le bagnanti dei mosaici di Piazza Armerina.
Più reale è questa Sicilia arida, percorsa in questa valle dalle acque del fiume Salito, stente e brucianti. Il Salito: un fiume che inaridisce invece di suscitare rigoglio, un fiume che nasce tra i giacimenti di sale – salgemma e sale potassico- di questa zona della Sicilia in cui la tecnica è arrivata soltanto per strappare il minerale e non per desalinizzare le acque che darebbero vita alla terra. Un itinerario lungo, ossessivo, un viaggio quasi senza speranza. Più di diciotto chilometri sono lunghi i tralicci che permettono alla teleferica di convogliare il materiale allo stabilimento di Campofranco, dove un grande bacino artificiale raccoglie le acque del Platani. Una produzione di 250 tonnellate di solfato potassico. Ma cosa resta alla Sicilia?
Continua su Suddovest
"(...) La tempestività, così come l’osservanza dei parametri di indipendenza e imparzialità, dipende sia da fattori obiettivi - buone leggi, codici non farraginosi, organizzazione degli apparati, ecc. - sia da fattori che attengono alle qualità personali dei giudici: senso della legalità, competenza tecnica, rigore morale, incorruttibilità, consapevolezza di esercitare il massimo dei poteri, qualcosa che somiglia, quanto meno metaforicamente, ad un diritto di vita o di morte sulle persone. Per i magistrati occorre una marcia in più: la particolare sensibilità che discende dall’interiorizzazione del codice universale dei diritti umani. All’interno della scuole di specializzazione forense deve essere dato maggiore rilievo alla conoscenza ’interdisciplinare’ di questa materia.
Anche in questo campo deve funzionare una pedagogia del giudicare e, come per qualsiasi disegno educativo e formativo degno di questo nome, lumeggiare e seguire l’esempio è essenziale: tra gli altri esempi, che sono numerosi, quello di Rosario Livatino, il giudice ragazzino assassinato da un commando della mafia il 21 settembre del 1990.
Tutti i magistrati devono essere consapevoli di essere ’difensori dei diritti umani’, valgono anche per loro le garanzie proclamate dalla Dichiarazione delle Nazioni Unite "sul diritto e la responsabilità degli individui, dei gruppi e degli organi della società di promuovere e proteggere i diritti umani e le libertà fondamentali universalmente riconosciuti". Questa Magna Charta dei difensori dei diritti umani accomuna i magistrati alla schiera dei ’persuasi’, anche dei più umili, i quali operano per gli ideali di giustizia buona e giusta, riassumibili in: ’tutti i diritti umani per tutti".
Il prof. A. Papisca commenta i trenta articoli della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani in occasione del 60º anniversario dell'adozione del documento da parte dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite (10 dicembre 1948) (via La Voce di Fiore).
Se ne consiglia vivamente la visione:
Prima parte
Seconda parte
Terza parte
Quarta parte
"Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia". (Mt 6,33)
(AGI) - Palermo, 5 dic. - "La Chiesa, attraverso le sue autorita' ecclesiastiche, dovrebbe appoggiare i movimenti antimafia non solo indirettamente, ma anche attraverso la partecipazione attiva dei propri rappresentanti". E' l'invito lanciato da padre Michele Stabile durante la conferenza sul tema "Antimafia della Chiesa", organizzata a Palermo dal Centro studi Pio La Torre nell'ambito del progetto educativo antimafia rivolto a quarantaquattro scuole medie superiori della Sicilia. "Fino ad adesso ci si e' limitati a dichiarazioni di sostegno. Serve invece -ha detto padre Stabile- una presa di posizione forte, netta, contro la criminalita' mafiosa, non limitata ai pochi esempi di lotta attiva come padre Pino Puglisi e don Peppe Diana. E' una delle ragioni per cui abbiamo chiesto che venga creata all'interno della Conferenza episcopale siciliana un osservatorio sulla mafia". E padre Nino Fasullo ha chiesto che i vescovi siciliani organizzino "un convegno sui rapporti tra la mafia e la Chiesa e sulle misure di contrasto che le autorita' ecclesiastiche hanno attuato e dovranno adottare in futuro. La Chiesa siciliana non ha mai avviato una riflessione seria su questo tema. Spesso infatti vi e' stata da parte della curia siciliana una difficolta' ad affrontare il problema".
~~~
Consegnato a Mons. Vincenzo Paglia il premio "Obiettivo Legalità 2008" alla memoria di Mons. Cataldo Naro. Il testo dell'intervento del vescovo di Terni-Narni Amelia.
PALERMO - Non è più tempo di reticenza o, peggio ancora, di complicità. La chiesa siciliana si ritiene fortemente impegnata sul fronte della lotta alla mafia e dunque non può che educare i suoi pastori a comportarsi di conseguenza. Per questa ragione l' arcivescovo di Palermo, monsignor Paolo Romeo, si è convinto che era giunto il momento di far entrare anche nei seminari l' insegnamento della storia della mafia e dell' antimafia. Per la prima volta in Italia 40 futuri preti della diocesi di Palermo hanno cominciato a frequentare un ciclo di incontri per studiare l' evoluzione che ha avuto il fenomeno mafioso, qual è stata l' azione di contrasto delle istituzioni e, soprattutto, quali sono gli insegnamenti della chiesa nei confronti della mafia. Un' iniziativa rivoluzionaria per la città in cui don Pino Puglisi venne ucciso proprio perché non aveva accettato di girare la testa di fronte all' arroganza mafiosa scuotendo la Chiesa siciliana che nella sua storia ha spesso peccato quanto meno di ignavia.
«1039 chilometri di coste - 440 sul mare Tirreno, 312 sul mare d'Africa, 287 sullo Ionio: ma questa grande isola del Mediterraneo, nel suo modo di essere, nella sua vita, sembra tutta rivolta all'interno, aggrappata agli altipiani e alle montagne, intenta a sottrarsi al mare e ad escluderlo dietro un sipario di alture o di mura, per darsi l'illusione quanto più possibile completa che il mare non esista (se non come idea calata in metafora nelle messi di ogni anno), che la Sicilia non è un'isola.
Che è come nascondere la testa nella sabbia: a non vedere il mare, e che così il mare non ci veda. Ma il mare ci vede. E sulle onde porta alle nostre spiagge invasori d'ogni parte e d'ogni razza. E porta, continuo flagello per secoli, i pirati algerini che devastano, depredano, rapiscono.
Il mare è la perpetua insicurezza della Sicilia, l'infido destino; e perciò anche quando è intrinsecamente parte della realtà, vita e ricchezza quotidiana, il popolo raramente lo canta o lo assume in un proverbio, in un simbolo; e le rare volte sempre con un fondo di spavento più che di stupore. "Lu mari è amaru'" (Il mare è amaro). "Loda lu mari, e afferrati a li giumarri'"(Loda il mare, ma afferrati alle corde). "Cui po' jiri pri terra, nun vaja pri mari" (Chi può andare per terra, non vada per mare). "Mari, focu e fimmini, Diu nni scanza" (Mare, fuoco e donne, Dio ci salvi). "Cui nun sapi prigari, vaja a mari" (Chi non sa pregare, vada a mare). E non è, quest'ultimo proverbio, dettato dalla meraviglia e dal rapimento: chi andrà a mare non apprenderà a pregare nel senso della lode, ma nel senso della paura e della superstizione...»
Leonardo Sciascia
[1968]
"Luce Verticale" presentato all' arcivescovo di Agrigento, Mons. Montenegro.
Servizio di Don Giuseppe Livatino per TelePace Agrigento.
Il fronte dell´antimafia cede silenziosamente. Negli ultimi cinque mesi è stato revocato il carcere duro a 13 padrini di Cosa nostra, 'Ndrangheta e Camorra. È rimasta vuota la cella al 41 bis che ospitava Salvatore Calafato, il mandante dell´omicidio del giudice Rosario Livatino.
Continua su Antimafia Duemila
Il Pdf dell'articolo di Salvo Palazzolo, tratto da "la Repubblica" del 16 novembre 2008.
Alfano Angelino, Quel modello di magistrato, "Giornale di Sicilia" del 20 settembre 2008.
Livatino, 18 anni dopo è l'ora del ricordo, "Giornale di Sicilia" del 20 settembre 2008.
«Rosario Livatino ora è vivo più che mai», "Giornale di Sicilia" del 22 settembre 2008.
LIVATINO 18 ANNI DOPO, IN MEMORIA DI UN GIUDICE SCOMODO
(AGI) - Agrigento, 20 set. - Il giudice Rosario Livatino fu ucciso 18 anni fa, senza pieta', da un commando mafioso. La sua figura oggi viene rievocata al palazzo di giustizia di Agrigento, nel corso di un convegno su "Sicurezza, garanzie e processo penale", alla presenza del guardasigilli Angelino Alfano e del presidente dell'Anm Luca Palamara. Domani, giorno dell'anniversario, alle 10.30 una messa nella sua Canicatti'.
Erano passate da poco le 8.30 quella mattina del 21 settembre 1990. Rosario Livatino, che il 3 ottobre avrebbe compiuto 38 anni, a bordo della sua Ford Fiesta di colore rosso, da Canicatti', dove abitava, si stava recando al tribunale di Agrigento.
MAFIA: CASCIO, LIVATINO HA SACRIFICATO VITA PER ESTIRPARLA DA SICILIA
Palermo, 20 set - ''Un giovane magistrato che ha sacrificato la propria vita per estirpare da questa terra il cancro della mafia''. Lo ha detto il Presidente dell'Ars Francesco Cascio ricordando la figura del giudice Rosario Livatino, ucciso dalla mafia. ricordando c he e' stato ''un uomo che ha saputo coniugare tenacia ed equilibrio nell'esercizio dell'azione giudicante''.
''Prendiamo esempio - aggiunge Cascio - dal suo coraggio e dalla sua umilta'. Impegniamoci senza tregua ad estirpare dalla nostra terra ogni radice marcia, per far germogliare invece semi di speranza, affinche' ci sia un futuro di liberta' e di prosperita', dove non c'e' posto per i mafiosi, in nessun stato e grado della societa' siciliana''. (ASCA)
MAFIA: VIZZINI, SENATO APPROVI SUBITO INASPRIMENTO 41 BIS
Palermo, 20 set. - “Nel ricordo di Livatino chiedero’ la prossima settimana in Senato l’urgente esame e l’approvazione del disegno di legge per inasprire il carcere duro, firmato oltre che da me dal capogruppo del Pdl in Senato Gasparri”. Lo afferma il senatore del Pdl Carlo Vizzini, presidente della commissione Affari costituzionali e rappresentante speciale Osce per la lotta alle mafie transnazionali, nel diciottesimo anniversario dell’uccisione del magistrato Rosario Livatino. “Un eroe buono che svolgeva il suo lavoro senza pregiudizi, con rigore e senza troppo clamore. Rispettiamo la sua memoria ed il suo impegno - aggiunge - lavorando per cancellare l’immagine di quella politica che allora come oggi critica e deride in privato lo zelo e l’impegno antimafia e poi magari si va vedere alle commemorazioni”. (AGI)
LUMIA, LIVATINO UCCISO PERCHE' TOCCO' INTRECCI CON POLITICA
Palermo, 19 sett - ''Rosario Livatino mori' perche' era un giudice integerrimo e capace che faceva il proprio dovere, come lo fanno oggi tanti magistrati impegnati contro la mafia in Sicilia e le altre organizzazioni criminali nel resto del Paese. Mori' soprattutto perche' con le sue inchieste era andato a toccare gli intrecci, ancora oggi vivi, fra mafia e politica''. Cosi' il senatore del Pd Giuseppe Lumia, ex presidente della Commissione Antimafia, parla del giudice Rosario Livatino, il magistrato siciliano ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990.
''Ricordare oggi Livatino - agiunge Lumia - significa per la politica lavorare per garantire l'autonomia e l'indipendenza della magistratura, per darle le risorse e gli strumenti necessari perche' svolga con sempre maggiore efficacia la propria azione. Ma significa anche non cercare sempre di screditare i magistrati impegnati in prima linea, come ha piu' volte fatto qualche esponente delle istituzioni, nel passato come nel presente, solo per il fatto che portano avanti inchieste scomode per alcuni settori della politica''. (ASCA)