5 anni di Daspo al presidente
“Dedichiamo lo stadio a Livatino”
AGRIGENTO - Gioacchino Sferrazza, il presidente dell'Akragas che domenica ha dedicato la vittoria della sua squadra al presunto boss mafioso di Palma di Montechiaro Nicola Ribisi, arrestato pochi giorni fa per mafia dalla Squadra Mobile, non potrà più assistere per cinque anni alle manifestazioni sportive. La Questura di Agrigento gli ha infatti notificato il Daspo, provvedimento che in genere è emesso per contrastare la violenza negli stadi e per tenere lontani i più facinorosi. Il questore Girolamo Di Fazio, che aveva parlato di "atto gravisimo" e di "messaggio devastatente nei confronti dei giovani" perché Sferrazza "dà valore a chi invece valore non ne ha", ha firmato il provvedimento proprio stamattina.
Anche la Procura della Repubblica ha deciso di intervenire e, su iniziativa del procuratore aggiunto Ignazio Fonzo e del sostituto Luca Sciarretta, è stato aperto un fascicolo per verificare se nelle dichiarazioni post gara di Sferrazza vi siano estremi di reato.
Intanto un'associazione culturale locale, Il Tamburino, ha chiesto all'Amministrazione comunale di Agrigento di intitolare lo stadio comunale a Rosario Livatino, il giudice assassinato dalla mafia nel settembre del 1990. Una proposta che è stata inoltrata anche al ministro della giustizia Angelino Alfano, che è di Agrigento, e che nei giorni scorsi ha intitolato al giudice Livatino una sala del ministero della Giustizia. (Fabio Russello, Repubblica.it)
Libera: “Fuori la mafia dallo sport”
Il coordinamento siciliano di "Libera - associazioni, nomi e numeri contro le mafie" esprime preoccupazione e disgusto in seguito alla "fraterna dichiarazione d'affetto" nei confronti di un personaggio la cui famiglia è coinvolta nell'omicidio Livatino e che secondo la DDA di Palermo voleva ricostituire, con l'imprimatur di Bernardo Provenzano la famiglia mafiosa di Palma di Montechiaro. La pratica sportiva è uno straordinario strumento d'aggregazione per far emergere qualità e competenze. Sono tante però le "zone d'ombra" - dal doping alle scommesse clandestine - su cui è necessario porre la giusta attenzione. Per tale motivo auspichiamo in una forte e decisa reazione da parte della società civile girgentana e confidiamo nelle capacità degli organi inquirenti che sappiano, sinergicamente all'associazionismo diffuso, escludere ed allontanare queste forme di illegalità per veicolare un'immagine dello sport diversa da quella rappresentata da questi terribili messaggi mafiosi. Libera
MESSINA - I carabinieri hanno arrestato Salvatore Parla, 61 anni, agricoltore di Canicattì, accusato dell'omicidio del giudice Rosario Livatino e ritenuto esponente di spicco della "Stidda" agrigentina.
L'uomo, sottoposto al regime degli arresti ospedalieri al Reparto di Chirurgia oncologica del Policlinico univerisitario di Messina, è stato raggiunto da un ordine di carcerazione emesso dalla Procura di Caltanissetta perché deve scontare la pena dell'ergastolo per l'omicidio Livatino.
Il magistrato venne ucciso la mattina del 21 settembre 1990 in un agguato mafioso sul viadotto "Gasena", a Favara, lungo la Ss 640 Agrigento-Caltanissetta mentre con la sua auto si recava in Tribunale.
(fonte: LaSicilia.it)
Un Dio onnipotente ma non misericordioso, trascendente ma lontano dall’uomo, inaccessibile se non grazie all’intercessione di dubbie figure di mediatori qualificati: più un padrino che un Padre. Ecco il volto di Dio disegnato dai boss, capaci di sostituirsi a lui senza mai negarlo formalmente, e di proclamarsi cattolici continuando a spargere spietatamente sangue. Una contraddizione che viene analizzata nel libro Il dio dei mafiosi (San Paolo, pp. 256, euro 18), scritto dal giornalista, sociologo e teologo palermitano, Augusto Cavadi. Un volume che affronta gli aspetti culturali di un fenomeno complesso come la mafia, capace di strumentalizzare i principi fondamentali della teologia cattolica, e suggerisce anche alcune strategie di prevenzione e di contrasto.
Boss che si fanno il segno della croce prima di uccidere, altri trovati con la Bibbia sul comodino. Cosa cercano i mafiosi nella religione cristiana?
«Il cristianesimo è stato declinato, nella storia, in maniere differenti. I mafiosi di Cosa nostra, ’ndrangheta, camorra, Sacra corona unita e Stidda conoscono solo la versione che io chiamo "mediterranea". A questo universo simbolico attingono per autolegittimarsi: vi cercano un’anima, un’identità culturale, che li giustifichi agli occhi della propria coscienza e dell’opinione pubblica. Non è un caso che tra i riti di iniziazione per un "uomo d’onore" vi sia la cosiddetta punciuta, che comporta di bruciare un’immagine sacra su cui è stata versata qualche goccia di sangue del dito del candidato all’ingresso in Cosa Nostra».
La mafia cerca di attingere dalla tradizione cattolica credenze e valori per identificarsi: ma li trova?
«Questo è il punto più delicato. Se i mafiosi cercassero di strumentalizzare il Vangelo, troverebbero poco o nulla per i loro fini. Nella versione "mediterranea" trovano invece spunti per confermarsi nella loro ideologia: una visione gerarchica dei rapporti sociali, una morale conformista, un’antropologia maschilista».
Ma lei sta delineando addirittura una «teologia mafiosa»?
«È esattamente questo il cuore del libro. I rapporti fra cosche mafiose ed esponenti del mondo cattolico sono stati già abbastanza indagati sul piano storico. Mancava, invece, un tentativo di enucleare la teologia mafiosa».
(Il servizio di TelePace Agrigento)
"Magistrati e istituzioni per ricordare Livatino"
(Giornale di Sicilia del 22 settembre '09)
"Rosario Livatino, il ricordo sul posto dell'omicidio" (AgrigentoNotizie.it)
Beppe Lumia: "Servì istituzioni anche se attaccato"
"Un giovane servitore dello Stato che ci ha lasciato in eredità una preziosa testimonianza di giustizia e legalità". Con queste parole il senatore del Pd Giuseppe Lumia, ricorda la figura di Rosario Livatino, il "giudice ragazzino" ucciso dalla mafia il 21 settembre del 1990.
"Il suo impegno - aggiunge Lumia - era animato da un profondo e autentico senso delle istituzioni che ha coltivato con uno studio appassionato, serio, rigoroso e uno stile di vita orientato da autentici valori umani e cristiani".
"Nella sua attività di magistrato - ricorda l'esponente del Pd - Livatino si è era occupato della cosiddetta 'Tangentopoli Siciliana', condusse diverse inchieste sulla Stidda e su Cosa nostra. Il suo esempio è un modello di alto senso civile per tutto il nostro Paese".
Rita Borsellino: "Ci ha insegnato che senza verità non c'è giustizia"
"Il coraggio, la determinazione e la sete di giustizia, che hanno caratterizzato l’azione del giudice Rosario Livatino, sono ancora oggi un esempio per tutti, non solo per le nuove generazioni. Il modo migliore per ricordarlo è di ricordarci il suo insegnamento: ossia, che non bisogna mai indietreggiare nella ricerca della verità. Perché senza verità non c’è giustizia. "Lo ha detto l’europarlamentare Rita Borsellino ricordando Rosario Livatino.
Sonia Alfano: ''Ucciso per aver toccato politica''
"Rosario Livatino, il 'giudice ragazzino', venne ucciso perché pretendeva di compiere soltanto il proprio dovere, come fanno tanti magistrati impegnati contro Cosa nostra in Sicilia e le altre organizzazioni criminali nel resto del Paese. Morì perché nelle sue inchieste si era occupato di mafia ma anche di politica, senza preoccuparsi se così andava a toccare qualche politico". Così il deputato europeo dell'IdV e presidente dell'Associazione nazionale familiari vittime di mafia, Sonia Alfano, ricorda il giudice Rosario Livatino.
"Bisogna ricordarsi di lui - aggiunge - quando magistrati in prima linea vengono attaccati anche da alte cariche delle Istituzioni, quando si cerca di screditare qualcuno solo perché porta avanti inchieste scomode per alcuni settori della politica, quando si cerca di limitare senza senso la libertà d'azione e la ricerca della verità da parte della magistratura".
Renato Schifani: "Il suo sacrificio non è stato vano"
"Troppo spesso viene dimenticato l'impegno dei servitori dello Stato che nello svolgere con quotidiana dedizione il proprio lavoro hanno rischiato la vita". È quanto si legge in un messaggio del presidente del Senato, Renato Schifani in occasione del diciannovesimo anniversario del barbaro assassinio di Rosario Livatino.
"Livatino è stato ucciso - si legge ancora nel messaggio - per difendere i nostri valori più importanti. Ma il suo sacrificio non è stato vano. Ha arricchito le nostre coscienze ed ha contribuito in maniera decisiva alla diffusione della cultura della legalità e della lotta al fenomeno mafioso.
Che la sua tragica scomparsa - conclude Schifani - resti un monito forte e imprescindibile per noi tutti a continuare sulla via da lui, come da tanti altri, eroicamente intrapresa".
Angelino Alfano: "Sala ministero avrà suo nome"
"Sono trascorsi 19 anni dall' omicidio del giovane giudice Rosario Livatino e dal 23 settembre, con cerimonia ufficiale, la sala verde del ministero della Giustizia porterà il suo nome". Lo afferma in una nota il Guardasigilli Angelino Alfano, nel giorno della ricorrenza dell'uccisione del giudice Livatino.
"E' stato uno degli omicidi mafiosi più efferati - prosegue Alfano -: nessuna pietà da parte dei suoi assassini, quasi a sottolineare che quel silenzioso e schivo giovane rappresentava una vera e propria minaccia, un pericolo per gli 'affari' di mafia". "Livatino, il giudice ragazzino, morto ad appena 38 anni, sulla strada tra Agrigento e Caltanissetta, è l'emblema di un magistrato che interpreta con alto senso del dovere e abnegazione il proprio ruolo. Un'attenta valutazione dei reati commessi - prosegue il ministro - obiettività e serenità di giudizio, nell'assoluta indipendenza da condizionamenti, intuito, professionalità e riserbo erano le principali le sue principali doti".
Raffaele Lombardo: "Lucida determinazione e generoso impegno monito per lotta alla mafia"
"La lucida determinazione nello svolgimento delle indagini ed il generoso impegno nella lotta contro i mafiosi del giudice Rosario Livatino sono stati, e sono ancora oggi, monito ed esempio per tanti che nella magistratura come nelle forze dell’ordine, nella società come nelle istituzioni lavorano per liberare la Sicilia dalla criminalità organizzata. Ricordare Livatino è ricordare a noi tutti che è possibile sconfiggere la mafia" . Così il presidente della Regione siciliana, Raffaele Lombardo, nella ricorrenza del 19° anniversario dell’uccisione del giudice Rosario Livatino che cade domani 21 settembre.
"Da cattolico praticante Livatino ha lasciato un’ indelebile lezione di vita sottolineando a tutti noi che lotta alla mafia e fede cristiana rappresentano un binomio indissolubile. Il suo sacrificio - conclude Lombardo - assume a valore di martirio e, non a caso, si parla da tempo di una sua possibile beatificazione".
Francesco Cascio: "Esempio da seguire per libertà Sicilia"
"Un giovane magistrato che ha saputo coniugare tenacia ed equilibrio nell’esercizio dell’azione giudicante e che ha lottato contro la mafia senza tregua, spingendosi fino al sacrificio estremo della propria vita. Prendiamo esempio dal suo coraggio per continuare a combattere con forza “cosa nostra”, affinché la Sicilia abbia un futuro di libertà e di prosperità". Lo ha detto il Presidente dell’Ars Francesco Cascio, ricordando la figura del giudice Rosario Livatino, nel 19esimo anniversario dell’uccisione.

"Beatificazione di Livatino, altre testimonianze"
"Nel lavoro di Rosario nessuna indulgenza"
(Giornale di Sicilia del 19 settembre 2009)
"La giustizia atto necessario d'amore" (LiveSicilia.it)
Vendemmia antimafia in nome di Rosario Livatino 1 -2 (AgrigentoNotizie.it)
"L'eterna solitudine dei magistrati" (Il Sole 24Ore)
ANM, Giudici hanno diritto di esprimere loro idee
"Accanto alle norme e alle riforme occorre tenere anche conto del quadro di insieme dell'organizzazione giudiziaria in italia e dell'organizzazione interna degli uffici. Non si puo' pretendere che i processi funzionino se poi mancano risorse materiali e umane". Lo ha detto oggi ad Agrigento il presidente dell'Associazione nazionale magistrati Luca Palamara a margine del convegno su "Processo civile veloce, processo civile giusto" organizzato dall'Anm in occasione del diciannovesimo anniversario dell'omicidio del giudice Rosario Livatino, ucciso dalla mafia il 21 settembre del 1990. "In questa giornata particolare in cui ricordiamo Rosario Livatino -ha aggiunto Palamara- non possiamo non ricordare il sacrificio di tanti magistrati uccisi dalla mafia. Quando parliamo di criminalita' organizzata non dobbiamo mai abbassare la guardia. Non dobbiamo mai trasmettere il messaggio che chi si occupa di questo delicato compito debba essere messo in discussione. I provvedimenti legislativi sono importanti, ma e' importante altresi' che i cittadini non perdano la fiducia nelle istituzioni. Per fare questo servono piu' magistrati, infatti negli uffici delle Procura, soprattutto nel sud Italia gli organici sono ridotti e necessitano di essere rinforzati numericamente". (Repubblica.it)
SIMBOLO DI CONTRADDIZIONI IL LUOGO DOVE VENNE UCCISO LIVATINO
Ci sono posti ad Agrigento dove le contraddizioni di toccano con mano. Uno di questi si trova lungo la strada statale 640, in contrada Gasena. Qui il 21 settembre del 1990 venne trucidato il giudice Rosario Livatino, qui lo Stato ha eretto una stele in sua perenne memoria, meta costante di chi vi si accosta per curiosità o per pregare. C’è però chi vi si reca per cambiare una gomma dell’auto appena forata, per mangiare un panino e bere un bibita, lasciando però immondizia di vario genere. Il riferimento va alla piazzola di sosta creata per agevolare la gente che alla stele vi si vuole accostare per fini nobili. Come le persone che provenienti da Poirino, in provincia di Torino, hanno lasciato sul monumento un’immagine raffigurante un bambino. Si tratta del volto del piccolo Silvio Dissegno, morto ad appena 12 anni nel 1979 e definito «servo di Dio» per le atroci sofferenze patite, mantenendo però una fede incrollabile fino all’ultimo respiro. Un simbolo di fede e attaccamento ai valori della cristianità che lo hanno accomunato a quanto vissuto da Livatino in vita: attaccamento a Dio e al lavoro, fino alla morte giunta però non per malattia, ma per mano della mafia. Accanto a questa immaginetta, c’è un biglietto attaccato a un mazzo di fiori. «Al nostro eroe Rosario Livatino» ha scritto un gruppo di Facebook che però, dinanzi a simili simboli di integrità morale lascia perdere la virtualità, dando un segno di gratitudine a chi è morto per la legalità. Peccato che tutt’intorno proliferi il degrado. La piazzola è una discarica tra rifiuti per terra e gomme abbandonate e sequestrate, ma che nessuno però toglie. Tra meno di un mese ricorre il 19 anniversario dell’uccisione del giudice.
FRANCESCO DI MARE
(La Sicilia - Agrigento del 23 agosto 2009)
La 'ndrangheta forni' alla mafia palermitana l'esplosivo utilizzato per la strage di Via D'Amelio, nella quale vennero uccisi Paolo Borsellino e gli uomini della scorta, e quello usato per le 'stragi del '93'. Il particolare emerge - secondo quanto riporta stamani il quotidiano 'Calabria Ora' - da un vecchio rapporto dei servizi di sicurezza tedeschi ripreso dal dossier con il quale il Bka evidenzia la presenza ed il potere della mafia italiana nella Repubblica Federale. In particolare, il capitolo dedicato all'esplosivo delle stragi reperito dai calabresi della 'ndrangheta operanti in Germania e' inserito nel rapporto con lo scopo di evidenziare da una lato la supremazia della 'ndrangheta rispetto alle altre organizzazioni criminali di origini italiane e, dall'altro, il ruolo leader che la 'ndrangheta ha sempre avuto nel settore del traffico internazionale di armi ed esplosivi. E proprio su questo intreccio di interessi criminali - prosegue Calabria Ora - e sulle sinergie tra 'ndrangheta e Cosa nostra aveva iniziato ad indagare Paolo Borsellino prima di essere ucciso. Borsellino sarebbe dovuto tornare in Germania qualche giorno dopo il 19 luglio. La sua missione era nota a pochissime persone, cosi' come erano in pochi a sapere che, nelle settimane precedenti alla morte, il magistrato era stato piu' volte in Germania ed in particolare a Francoforte e Mannheim. Era sulle tracce degli assassini del giudice Rosario Livatino, ucciso il 21 settembre del 1990, ma proprio interrogando alcuni collaboratori che erano in contatto con il Bka tedesco avrebbe saputo che da Palermo era arrivato l'ordine di acquisire grosse quantita' di esplosivo militare. Erano gia' stati avviati gli opportuni accordi con i calabresi e l'esplosivo, in piu' spedizioni, in parte era stato gia' mandato in Italia. (ANSA)

(Articolo tratto da "Il Sole 24 ore" del 18 luglio '09)

"Mi uccideranno ma non sarà una vendetta della mafia, la mafia non si vendica. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri".
(Paolo Borsellino)
19 luglio 1992 - 19 luglio 2009
Anniversario della strage di via D'Amelio in cui persero la vita
il giudice Paolo Borsellino
e gli agenti della scorta:
Agostino Catalano
Walter Eddie Cosina
Emanuela Loi
Vincenzo Li Muli
Claudio Traina
Falcone e Borsellino, inchieste riaperte
caccia ad un agente segreto sfregiato
Riina sul delitto Borsellino
"L'hanno ammazzato loro"
"Lo Stato per difendermi mi ha dato soldi e pistole"
di Marco Imarisio
Corriere della Sera del 12 ottobre 1998
MILANO - Abbiamo un debito con lui. Dalle 8.20 di quel 21 settembre 1990, quando Pietro Nava, bergamasco, responsabile delle vendite nel Sud per una ditta di Asti, buca una gomma della sua auto sulla discesa di Enna. "Ho visto una macchina col vetro distrutto, "qualcosa di azzurro" che scappava, una persona che saltava il guard - rail con una pistola in pugno, un altro col casco vicino a una moto". "Qualcosa di azzurro" che scappava: era Rosario Livatino, il "giudice ragazzino" che venne ammazzato dalla mafia in quella scarpata sotto la strada. Pietro Nava non si e' girato dall’altra parte, e' andato dalla polizia, ha identificato i killer, li ha inchiodati al processo. In cambio ha avuto una vita fatta di addii: "Non dico arrivederci, perché non e' possibile, ultimamente devo dire soltanto addio alle persone. E' un continuo dire addio".
FRANCA SELVATICI
la Repubblica del 23 settembre 1990
FIRENZE - Non poteva essere più amaro l' addio alla magistratura di Antonino Caponnetto, l'ex consigliere istruttore di Palermo, il magistrato che con Giovanni Falcone ha istruito il primo maxiprocesso contro Cosa Nostra. Le immagini del giovane collega di Agrigento assassinato dalla mafia e quelle dell'allucinante carosello di uomini politici svegliatisi dal letargo (tutti lì ad insistere sulla necessità di maggiori stanziamenti per la giustizia quando sappiamo bene che dei 2646 miliardi necessari ne sono stati dati 762) hanno dominato il suo commosso discorso d' ddio ai colleghi. Dov'erano queste persone quando in Sicilia si sparava e si uccideva? si è chiesto: "Quello che sta accadendo in questi giorni è incredibile. Abbiamo scoperto improvvisamente che la mafia esiste e che dobbiamo combatterla. Abbiamo sentito un ministro spiegare che siamo destinati a convivere ancora per molti anni con la mafia". Il riferimento, inequivocabile, è al ministro della giustizia Giuliano Vassalli.

Dal "Giornale di Sicilia" del 4 maggio 2009
di Giuseppe D'Avanzo
la Repubblica del 23 settembre 1990
CANICATTI - Un eroe? Un eroe nazionale? No, Rosario è soltanto un uomo che fa il suo dovere. E se oggi in Sicilia e in Italia fare il proprio dovere per lo Stato significa essere un eroe, allora sì che lo scrivano, che lo dica Cossiga: il mio ragazzo, Rosario Angelo Livatino, è un eroe. Vincenzo Livatino, con gli occhi asciutti, parla del figlio al presente, come se fosse ancora vivo. Come se Rosario dovesse apparire, da un momento all’altro, nella penombra di quel salotto buono in viale Regina Margherita. Tra quei lucidi mobili liberty, le piccole sedie viennesi un po' scalcagnate, i parati a fiori dove Rosario è nato, cresciuto, ha studiato, è vissuto sempre. Da dove, venerdì di buon’ora alle 8,30, come sempre da quindici anni a questa parte, Rosario ha baciato la madre Rosalia, in cucina, il padre in piedi accanto alla porta d’ingresso ed è uscito per andare incontro ad una morte di mafia che, non un destino, ma la sua scelta di vita gli ha consegnato. L’eroe nazionale è ridotto come un fagotto sul tavolo di marmo dell’obitorio. La morgue è dietro l’ospedale di Agrigento, in uno scantinato, due stanzucce spoglie. Nella prima c’è un telefono che non la smette di squillare. Nella seconda c’è quel che resta di Rosario Angelo Livatino, giudice della Repubblica. Pietose mani hanno fatto quel che hanno potuto per cancellare da quel volto di ragazzo le offese degli assassini. Non ci sono riuscite.
di Attilio Bolzoni
la Repubblica del 22 settembre 1990
AGRIGENTO - La disfatta dello Stato italiano l’abbiamo vista ieri mattina in fondo ad una valle senza alberi. Campi di sterpaglie, pietre grigie, polvere. E giù, molto più giù, dove una volta scorreva un fiume, solo un puntino bianco. Un lenzuolo. Con le formiche che ci camminano sopra, con le mosche che ronzano intorno, con il vento che lo solleva ad ogni soffio scoprendo il viso pallido di uomo appena morto. Era un giudice, uno di quei giudici siciliani che aveva onore e non conosceva paura. E adesso eccolo qui, disteso tra gli arbusti, gli occhi sbarrati, i capelli neri sporchi di terra, la faccia insanguinata. Ha scelto lui di morire quaggiù, rotolando nella scarpata, cercando la fuga con la disperazione dell’uomo braccato e ferito. Quei macellai che l’hanno ammazzato gli sono corsi dietro, hanno giocato al tiro al bersaglio. Il giudice è morto al rallentatore, inseguito per almeno tre o quattro minuti, finito sul letto del torrente in secca con una scarica di pallettoni. Gli hanno sparato in bocca. La mafia siciliana anche questa volta non ha colpito a caso. Rosario Livatino non solo era un magistrato che conosceva i segreti dei clan, era soprattutto un magistrato che da dieci anni faceva il suo dovere. La morte di un giudice incorruttibile è stata segnata al km 10 della statale Caltanissetta-Agrigento, una veloce che somiglia ad un otto volante, incroci ad alto rischio, un mazzo di fiori sempre freschi dietro ogni curva. Sono le nove di un mattino di settembre in Sicilia, il sole picchia sui tendoni di plastica che coprono le vigne delle campagne intorno alla Valle dei Templi. Non voleva la scorta Il giudice parte da Canicattì come ogni giorno per andare in tribunale ad Agrigento. Nel paese abita con l’anziana madre. Fa su e giù così da sempre. Stesso orario, stessa strada, stessa sosta al rifornimento per un caffè. Un abitudinario che non voleva nemmeno due poliziotti come angeli custodi. Mamma si preoccupa appena vede una divisa, meglio viaggiare soli, ripeteva da anni ai suoi colleghi che stavano in ansia per lui. E anche ieri mattina eccolo sulla sua Ford Fiesta colore amaranto, sulla strada per il capoluogo, sulla strada della morte. Ad Agrigento doveva giudicare i mafiosi di Palma di Montechiaro, un esercito di boss che a mezzogiorno avrebbero dovuto probabilmente preparare le valigie e partire per il confino. Un processo come tanti, né più e né meno pericoloso degli altri che Rosario Livatino aveva istruito quando lavorava come sostituto procuratore.
La Repubblica del 22 settembre 1990
AGRIGENTO - Il giudice Rosario Livatino, trentotto anni, era entrato giovanissimo in magistratura, quando non aveva compiuto ancora i ventisette anni. Un vero ragazzo prodigio. Figlio unico di una possidente famiglia di Canicattì, Rosario Livatino si era laureato in giurisprudenza con 110 e lode ed aveva subito superato il concorso per entrare in magistratura. I primi anni della sua carriera li trascorse alla Procura della Repubblica di Caltanissetta poi ottenne il trasferimento alla Procura della Repubblica di Agrigento. Nel suo lavoro ci credeva, i suoi colleghi lo stimavano per la sua alta professionalità, rigorosità e conoscenza del problema mafioso nell' Agrigentino. Non era fidanzato, si era buttato anima e corpo nella sua missione di magistrato. "Stasera mio figlio non tornerà più a casa, Rosario se ne è andato per sempre" dice l' anziano padre, Vincenzo, 75 anni. "Mio figlio non doveva essere ucciso non se lo meritava, era un magistrato onesto che applicava la legge e basta. Povero figlio mio è morto nel pieno della giovinezza. Non era sposato, non ci aveva ancora pensato, per lui dice tra le lacrime il padre non esisteva altro che il lavoro, il suo ufficio dal quale non si assentava mai". - f v
di Franco Coppola
La Repubblica del 22 settembre 1990
ROMA - L' assassinio del collega Rosario Livatino è la prova dolorosa dell' assoluta inefficienza dello Stato contro il fenomeno mafioso. Il presidente dell' Associazione nazionale magistrati, Raffaele Bertoni è turbato e furibondo nello stesso tempo. Sta commentando con il cronista le prime misure straordinarie per la giustizia approvate l'altra sera dal governo su proposta del ministro della Giustizia e le ha appena definite provvedimenti rachitici e senza respiro, insoddisfacenti e insufficienti, quando arriva la notizia da Palermo. L'anziano magistrato, conosciuto soprattutto per la passione che ha sempre messo sia nella professione sia nell' attività sindacale della categoria, è commosso: La morte di Livatino colpisce al cuore ciascuno di noi. Nel suo nome, rinnoviamo la nostra fedeltà alle istituzioni democratiche e il nostro impegno di lavoro a difesa della collettività. Poi, batte i pugni sul tavolo: Ancora una volta un giudice paga con la sua vita le inerzie, le esitazioni, i timori del potere politico di fronte all' assalto della criminalità mafiosa. Bertoni, come sempre, non ha peli sulla lingua: Ci saranno adesso le solite lacrime di coccodrillo, ma la magistratura non sa che farsene. Essa si stringe tutta intorno ai familiari del collega ucciso, ma nello stesso tempo torna a denunciare con rinnovata fermezza l'irresponsabile inerzia del potere politico riguardo ai problemi della giustizia e alla lotta contro la criminalità.

Tratto da "Raccolto rosso", di Enrico Deaglio, Feltrinelli Editore, pag. 144.
"Rosario Livatino. Il martirio"
Un film di Salvatore Presti